Giuliana Fontanella


Il problema del precariato

 Secondo i dati di Bruno Anastasi di Veneto Lavoro, negli ultimi 10 anni in Veneto si è raggiunto un tasso di occupazione allo stesso livello dei maggiori paesi europei, con un aumento di impieghi occupazionali per donne, immigrati, impiegati e tecnici. Uno su cinque dei lavoratori veneti però occupa un posto da precario e solo nel 35% dei casi entro i cinque anni il loro impiego viene stabuilizzato. Dei restanti il 18% rimane temporaneo, l’8% disoccupato e un 39% attiva una attività autonoma o entra nelle pubbliche istituzioni.

Partendo da questi dati come Terza Commissione Consiliare con delega alle attività produttive stiamo promuovendo la formazione di un quadro di legge con ben cinque proposte attive (una della Giunta, tre presentate dai Comunisti Italiani, una del Partito Democratico)  che dovrebbero confluire in un nuovo testo  che regoli le competenze assunte dalla Regione in materia di mercato del lavoro in rapporto con la legge 30 del 2003 (la cosiddetta “legge Biagi”). Il nostro impegno sarà quello di garantire, sviluppo alle imprese e maggior tutela ai lavoratori focalizzandosi in particolare sui giovani e sulle donne, che rischiano di essere maggiormente penalizzati dalle forme di flessibilità introdotte dalla nuova contrattualistica. Il problema però non si ferma a questi: sta infatti emergendo tutta una classe di lavoratori over 45, spesso anche ad alta qualifica che si trovano improvvisamente senza lavoro a causa delle molte riorganizzazioni aziendali degli ultimi tempi. Il loro reinserimento è altrettanto importante. Ne emerge un quadro trasversale che solo con la politica attiva potremo modificare. In merito alla questione comunque mi sembra opportuno anche segnalarvi l’intervento di due docenti di economia intervenuti nel dibattito pubblico del 27 Novembre.

 Aris Accornero e Michele Tiraboschi, docenti rispettivamente all’università di Roma e di Modena. “I risultati più rilevanti – ha spiegato Accornero – sono la maggiore flessibilità del mercato di lavoro nazionale, la crescita dell’occupazione, la riduzione dei costi di produzione a favore della competitività delle imprese e dell’offerta di servizi. Ma la legge ha generato troppi timori e paure che hanno alimentato la sindrome della precarietà, nonostante ben più incisiva sia stata invece la legge Treu del 1998 che ha introdotto il lavoro interinale senza ammortizzatori sociali”. Per i due docenti del diritto del lavoro la percentuale dei lavoratori a termine o flessibili in Italia a tutt’oggi è inferiore a quella presente negli altri stati europei, e non avrebbe causato un senso diffuso di insicurezza e di precarietà se il nostro Paese avesse garantito continuità di diritti e di tutele nella discontinuità dei percorsi lavorativi, come avviene invece all’estero. “In realtà la legge Biagi era ben altro – ha affermato Tiraboschi – e l’eccesso di attenzione sulla flessibilità o presunta precarietà generata dalla legge 30 ha posto in secondo piano le importanti novità contenute nella legge sul collocamento e sull’apertura ai privati autorizzati (come scuole e università) e sull’apprendistato, considerati snodi cruciali di incontro e di dialogo tra formazione e lavoro. Ma tutte queste novità – ha osservato Tiraboschi – richiedono leggi regionali di attuazione, che purtroppo continuano a mancare paralizzando l’applicazione delle novità contenute nelle legge 30 e anche nel pacchetto Treu”.

Per un resoconto completo della giornata di discussione vi rimando a http://www.consiglioveneto.it/crvportal/pageContainer.jsp?n=80&p=84&c=5&e=88&t=0&idNotizia=11430 a domani


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